La Russia rilancia sul tavolo libico, gli USA vogliono ‘finire il lavoro’ a Ramadi

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lavrovLavrov arriva a Roma accompagnato dalla notizia, guarda caso diffusa da Teheran, della presenza di al Baghdadi a Sirte. Russia disponibile a parlare di stabilizzazione libica con l’Italia. Se Roma si unisse alle correnti che a Parigi chiedono la fine delle sanzioni europee contro la Russia…
Intanto Russia, Stati Uniti e Nazioni  unite avviano a Ginevra, domani, colloqui a tre sulla Siria. Mosca accentua la pressione militare contro i ribelli, in Siria arrivano i carroarmati hi tech T-90. Washington pronta a inviare elicotteri Apache per ‘finire il lavoro’ delle forze irachene a Ramadi, ancora nelle mani dell’Isis  


Russia. L'”Isis è a Sirte e questo suscita preoccupazione”. Lo ha detto il ministro degli Esteri Sergey Lavrov in un incontro a Mosca con la stampa italiana. “Non so 
dove si trovi al Baghdadi, ma ci sono informazioni che l’Isis abbia cellule nelle milizie locali e questo suscita preoccupazione”. Lavrov ha anche sottolineato che per al Baghdadi si tratta di dimostrare che “il suo è un progetto di successo e il risultato viene raggiunto con le prove che il Califfato si sta espandendo”. Lavrov a Roma in questi giorni alla conferenza sul Mediterraneo. “Capiamo quanto sia importante la Libia per l’Italia” ha detto Lavrov. “Io capisco quanto sia importante per l’Italia  il problema libico, sia per motivi geografici che storici. Noi confermiamo la nostra comprensione e siamo pronti ad aiutare. E questo lo ha detto Putin nell’incontro con Renzi ad Antalya”. Il capo della diplomazia russa ha rimarcato tuttavia la “politica irresponsabile dell’Alleanza atlantica della Nato” in Libia. “Lì hanno veramente attecchito rappresentanti dell’Isis, e che l’Isis abbia intenzione di attrezzare a Sirte una filiale di Raqqa lo abbiamo sentito, ed è molto preoccupante”.
Lavrov incontra gli imprenditori italiani 


Siria. Quanti sono i foreign fighters? Negli ultimi 12 mesi i combattenti stranieri in Iraq e Siria sono più che raddoppiati, sostiene uno studio Soufan Group, un 
think tank di intelligence. Tra le 27 e le 31 mila persone, provenienti da almeno 86 paesi, hanno raggiunto la Siria e l’Iraq e combattono con lo Stato Islamico.gli europei sono almeno 5mila: 3.700 da Francia, Germania, Belgio e Regno Unito. Mentre l’esercito regoalre siriano riprende il controllo di Homs, arrivano a Damasco i primi passeggeri di voli Egyptair e la compagnia egiziana è pronta a riprendere collegamenti anche con Aleppo. E’ il risultato dell’intesa fra Putin e il presidente egiziano Abdel-fatteh El-Sisi, che secondo più fonti è  favorevole a rafforzare la presa sulla Siria di Bashar al Assad.

USA. In Iraq, gli Stati Uniti sono pronti a fornire consiglieri ed elicotteri d’assalto, se saranno richiesti dall’Iraq per “finire il lavoro” e riconquistare Ramadi, caduta nelle mani dello Stato islamico. Lo ha dichiarato il segretario alla Difesa americano, Ashton Carter, nell’audizione in Congresso nella quale ha ammesso che sì, gli USA sono in guerra contro lo stato islamico. La Casa Bianca chiede al Congresso di approvare i finanziamenti richiesti dal Pentagono per sostenere le operazioni contro lo Stato islamico in Siria. Carter, incalzato dal senatore John McCain davanti alla commissione dei Servizi armati del Senato, ha ammesso: “Sono d’accordo con il generale Dunford (capo delle forze armate statunitensi, ndr): non abbiamo contenuto l’Isis”. Lo stesso segretario alla Difesa ha poi sottolineato che dispiegare “significative” forze di terra statunitensi in Siria e in Iraq sarebbe una cattiva idea, perché “americanizzerebbe” il conflitto. Pesa l’esperienza irachena, dice il Washington Post, la prudenza di Obama è quella dei vertici militari.
Il Washington Post sulla prudenza dei vertici militari USA

Turchia. Continua la campagna mediatica anti russa di Ankara. Per il premier turco Ahmet Davutoglu la Russia sta tentando di compiere “una pulizia etnica” nella provincia settentrionale siriana di Latakia, costringendo ad andarsene le popolazioni turcomanne e sunnite allo scopo di creare una zona sicura e proteggere le basi di Mosca e Damasco. Quianto al caccia russo abbattuto, senza un adeguato coordinamento delle operazioni in Siria, ci sarà sempre il rischio “incidenti o confronti involontari”. Il numero uno dei servizi turchi, Hakan Fidan, accompagnato dal viceministro agli Esteri Sinirlionglu, parte per Baghdad: in agenda colloqui con il governo iracheno sulla presenza scomoda per Baghdad di militari turchi a Bashida, nel Nord dell’Iraq, a pochi km da Mosul, controllata dall’Isis.

Israele. Netanyahu mostra i muscoli: testato Arrow 3, il sistema missilistico intercettore anti-balistico. L’annuncio della Difesa sembra aver lo scopo di rassicurare l’opinione pubblica, preoccupata da possibili lanci di missili provenienti dall’Iran, dalla Siria, dalla guerrilla di Hezbollah o da Hamas a Gaza. L’Arrows 3, che ha un raggio di azione di oltre 200 chilometri, e in grado di intercettare obiettivi che viaggiano ad oltre 50km di altitudine, quando sono ancora al di sopra la stratosfera; ed e’ in grado di distruggere -grazie ai frammenti provocati dall’esplosione della testata- anche gli obiettivi mancati, ovvero che si trovano a 40/50 metri di distanza.                                                   il test di Arrow su Yedot Aronot 

Arabia saudita. Anche Riad, più volte attaccata per il sostegno nascosto a gruppi terroristici, fa sua la retorica anti terrorismo. Aprendo il vertice annuale dei Pesi del Golfo a Riad, re Salman bin Abdulaziz ha invocato soluzioni politiche alle guerre in Siria  e Yemen e ha condannato il terrorismo. I capi di Stato dei sei Paesi 
aderenti al Consiglio di cooperazione del Golfo hanno cominciato due giorni di colloqui nella capitale saudita, in contemporanea con un incontro senza precedenti tra 100 rappresentanti dell’opposizione siriana, in un hotel di lusso in un’altro quartiere di Riad. visti gli ultimi sviluppi della guerra, Salman ha espresso “sostegno a una soluzione politica che garantisca l’integrità territoriale dellaSiria”, dopo quasi cinque anni di guerra. A nome dei paesi del Golfo – Bahrain, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti – Salman chiamato anche per “una soluzione pacifica” nel vicino Yemen. Dove l’Arabia saudita bombarda con i sui caccia da mesi
per sostenere il governo del presidente Abedrabbo Mansour Hadi e piegare i ribelli sciiti Houthi. Questi ultimi sono appoggiati dall’Iran. Nel frattempo, milizie jihadiste locali hanno approfittato del caos per espandere la propria presenza nel Paese.

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