Dietro il sostegno sunnita, la crisi di Riad

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Syrian Civil WarGoverni sunniti che rompono le relazioni con Teheran (Baharein, Sudan, Kuwait) o richiamano il proprio ambasciatore in Iran, dopo l’esplosione della tensione fra Arabia saudita e Iran. Tensione che allontana la fine della guerra in Siria, mette in imbarazzo le cancellerie occidentali legate a Riad da petrolio e armi e segnala le difficoltà di Riad. Arabia saudita nel pantano della guerra yemenita; perdente nella scommessa di riscrivere le mappe medio orientali senza riguardi per gli sciiti; in sofferenza economica per l’andamento del prezzo del petrolio; spiazzata dalle aperture di Obama a Teheran.  

Iran

L’Arabia saudita non può rispondere “alle critiche tagliando teste”. Con queste parole il presidente iraniano Hassan Rohani ha nuovamente condannato oggi l’esecuzione da parte di Riad di 47 persone, tra cui l’imam sciita Nimr al Nirm. “Spero che i Paesi europei che reagiscono sempre alle questioni legate ai diritti umani facciano il loro dovere”, ha insistito Rohani, che ha ricevuto oggi il ministro degli Esteri danese, Kristian Jensen, in visita a Teheran. Il comportamento di Riad “non avrà alcun impatto sul nostro sviluppo nazionale, e sara’ invece l’Arabia saudita a soffrirne, anche se può contare sul sostegno di un grande
Paese come Gibuti”, l’ironia persiana del portavoce del governo iraniano, Mohammad Bagher Nobakht che ha ribadito la “condanna dell’esecuzione dello sceicco Nimr, inumana, barbarica e nello stile di Daesh”.

GB

Per il quotidiano inglese Independent, ora “è ufficiale: la GB ha volutamente ignorato le esecuzioni saudite” Il governo britannico ha lasciato Arabia Saudita fuori da un elenco di 30 paesi ai quali viene contestato in via diplomatica il ricorso troppo disinvolto alla pena di morte – nonostante l’esecuzione di più di 90 persone l’anno. Il Regno saudita però è stato escluso da un documento del Foreign Office di 20 pagine per illustra la strategia quinquennale del Regno Unito per ridurre le esecuzioni nel mondo. Tra i paesi sui quali il Regno Unito intende premere per una riduzione delle condanne a morte le Barbados, Singapore e la Giordania. Questi tre paesi nel 2014 hanno eseguito meno di 10 condanne a morte. Ieri sera, gruppi per i diritti umani e politici dell’opposizione hanno espresso preoccupazione per la posizione del Governo Cameron verso l’Arabia saudita e il leader dei LibDem, Tim Farron, ha detto che è giunto il momento di “portare luce” sugli “angoli bui” del rapporto del Regno Unito con il regime saudita.

Kuwait

Dopo Bahrain, Emirati Arabi Uniti e Sudan, oggi è stato il Kuwait – richiamando il proprio ambasciatore a Teheran – a schierarsi a fianco di Riad per l’assalto dei manifestanti iraniani alla sede diplomatica saudita in Iran.”Queste azioni costituiscono una chiara violazione delle convenzioni e dell’impegno internazionale dell’Iran nel garantire la sicurezza delle missioni diplomatiche internazionali sul proprio suolo”, ha spiegato il ministero degli Esteri del Kuwait.

ONU

Anche il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha condannato “nei termini più forti” gli attacchi contro l’ambasciata saudita a Teheran e un’altra missione diplomatica, ma non ha commentato l’uccisione del leader religioso Sheikh Nimr al-Nimr. Le Nazioni Unite hanno poi invitato l’Iran a “proteggere le sedi diplomatiche e consolari contro qualsiasi intrusione”. Jaberi Ansari, portavoce del ministero degli Esteri iraniano, ha dal canto suo sottolineato che il suo paese si impegna a proteggere le missioni diplomatiche e ha ribadito che nessun diplomatico saudita è stato ferito durante l’attacco.

Turchia

Il primo ministro turco Ahmet Davutoglu ha esortato Arabia Saudita e Iran a usare i canali diplomatici per sedare le tensioni nate tra i due Paesi dopo l’esecuzione dell’imam sciita Nimr al-Nimr da parte di Riad e l’attacco alle sede diplomatiche saudite a Teheran. “La via diplomatica deve essere presa immediatamente – ha dichiarato il premier durante una riunione del partito Akp in parlamento – La Turchia è pronta a fornire ogni aiuto costruttivo per risolvere la situazione”.

Arabia saudita

Riad sembra non scartare a priori l’ipotesi di una qualche intesa con la Russia. Sotto tracca, continua il lavorio diplomatico per preparare la visita del re saudita Salman in Russia entro fine anno. Lo scorso giugno, il principe ereditario e ministro della difesa saudita, Mohammed Bin Salman, ha visitato la Russia e Turki-al-Faisal, ex capo dei servizi segreti, ha dichiarato che le azioni russe in Siria sono stati più efficaci di quelle degli Stati Uniti e che le opinioni della Russia meritano attenzione e rispetto. Resta la preoccupazione per l’espansione iraniana in Medio Oriente e per il nuovo corso degli Stati Uniti con l’accordo nucleare con Teheran. Il presidente turco Recep Erdogan ha visitato l’Arabia Saudita lo scorso 30 dicembre e Riyadh ha messo in piedi una coalizione sunnita anti terrorismo. Ma l’evoluzione dello lo scenario in Medio Oriente dice che in Iraq e Siria gli sciiti non si piegano, e allora, perché non arrivare a una qualche soluzione mediata da Mosca?
Almeno due i fattori che spingono in questa direzione: la stanchezza militare per la guerra nello Yemen e una crisi di risorse dovuta alla Siria. Quest’anno il disavanzo messo a bilancio è di $ 100 miliardi. Lo scorso anno, il deficit è stato del 21,6% del Pil e il paese ha assorbito molte delle risorse in petrodollari. E ‘difficile prevedere per quanto tempo l’Arabia Saudita può mantenere la pressione sia nello Yemen che in Siria con una situazione finanziaria così traballante. E senza un qualche accordo con la Russia, è difficile anche che tornino a salire i prezzi del petrolio, a meno di $ 50 al barile a settembre 2015 rispetto ai $ 103 del settembre 2014. Il principe Salman ne ha già parlato con il presidente russo Vladimir Putin a margine delle Olimpiadi di Sochi nel 2014. Poi ci sono stati colloqui del ministro russo dell’Energia con i suoi omologhi in Arabia Saudita e Iran.

USA

Per il NYT quelle di Riad sono “esecuzioni barbariche”. E’ il segnale che non solo la stampa liberal ma anche parte dell’opinione pubblica, ormai, faticano a spiegarsi l’alleanza con i sauditi. Per l’amministrazione Obama, il momento non è dei più semplici: i rapporti con Riad sono sempre più tesi e sempre più necessari nella lotta contro lo Stato islamico in Iraq e Siria. Per questo gli Stati Uniti hanno di solito guardato dall’altra parte in occasione di violazioni dei diritti umani anche se la famiglia reale saudita ha fatto ricorso spesso a un giro di vite sul dissenso e la libertà di parola e ha permesso alla sua elite di finanziare gli estremisti islamici. Ma finora l’Arabia Saudita era per l’America l’alleato medio orientale più affidabile, un fornitore abituale di intelligence, oltre a un valido contrappeso all’Iran.

Ma oggi, “il Regno saudita deve affrontare una tempesta potenzialmente perfetta di prezzo del petrolio basso, guerra a tempo indeterminato nello Yemen, minacce terroristiche provenienti da più direzioni e una rivalità regionale con l’Iran”, spiega Bruce Riedel, un ex alto ufficiale della CIA, al NYT.

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