Libia: il nuovo fronte dell’Isis

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libia attacco 070116Un attacco devastante come quello vibrato ieri dall’Isis contro il centro di arruolamento della polizia a Zliten, sulla costa occidentale della Libia, getta un’ombra pesante sulla missione che l’Italia in prima fila, assieme ad altre potenze occidentali, si appresta a condurre su terreno libico: un attentato con camion bomba costato la vita ad oltre 60 persone, preceduto da una serie di atti di sabotaggio contro i terminali petroliferi ad est, di per se non evidenziano l’intenzione dell’Isis di “controllare il petrolio” ma piuttosto di lanciare una campagna di attentati su vasta scala contro chiunque cerchi di stabilizzare il paese mediterraneo.

Libia. Il governo transitorio nato dall’accordo del 17 dicembre all’ONU, non ha ancora messo piede in Libia, dove i governi rivali di Tripoli e Tobruk continuano a non riconoscerlo. Intanto, sul terreno le fazioni rivali si combattono lasciando all’Isis ampio spazio per crescere indisturbato. Questa settimana il gruppo terroristico ha lanciato attacchi contro i terminali petroliferi dei principali porti sulla costa orientale, Es Sider e Ras Lanuf, dando alle fiamme i depositi di carburante. Ma l’attacco più letale è stato condotto ad ovest: ieri un’autocisterna bomba ha distrutto il centro di addestramento della polizia a Zliten, circa 50 i morti e oltre 100 i feriti. In prospettiva questo attentato fa capire quale potrebbe essere l’ambiente in cui si muoveranno le  truppe italiane e britanniche che dovrebbero avere proprio il compito di addestrare forze di sicurezza leali al nuovo governo.

Siria. Le forze del presidente Bashar el Assad, appoggiate dall’aviazione russa, stanno lanciando una imprevista offensiva verso il sud del paese, dove si trovano le ultime roccaforti dei ribelli.  Secondo quanto scrive il Financial Times, l’espansione verso sud del ruolo della Russia ha sorpreso molti osservatori, convinti che Mosca non avrebbe rischiato di compromettere i rapporti con la Giordania e soprattutto con Israele. Sorpresi anche i ribelli stessi, che sono direttamente sostenuti dai militari occidentali e che, proprio dal sud del paese continuano a tenere i rapporti con la comunità internazionale. Nelle prossime settimane i protagonisti del conflitto siriano dovrebbero sedersi attorno ad un tavolo per dare il via ai colloqui di pace. Difficile che il regime sia disposto a compromessi in una fase in cui Damasco ha nuovamente la forza per fare progressi sul terreno. Una riconquista del Golan siriano, però, magari con l’appoggio di milizie Hezbollah e Iraniane, rischia di sospingere nel conflitto anche Israele che, finora, è stato sostanzialmente alla finestra.

Iraq. Il ministro degli esteri iracheno, al Jafaar, si è offerto come mediatore nell scontro tra Iran ed Arabia Saudita, scatenato dall’esecuzione del leader religioso sciita Al Nimr in Arabia. “Dobbiamo fermare l’escalation” ha dichiarato Jafaar, preoccupato che il conflitto settario tra sciiti e sunniti possa compromettere l’offensiva in corso contro lo stato Islamico. La chiave della riconquista di Ramadi, da parte delle forze irachene, infatti, è stato l’impiego di milizie sunnite in prima linea contro l’Isis a fianco delle truppe leali al governo sciita di Baghdad. Finora però, gli appelli di Jaafari non sembrano sortire effetto e la spaccatura tra Teheran e Riad continua ad allargarsi; sono troppi gli scenari di guerra nei quali le due potenze combattono su fronti opposti. La Siria è il principale ma è importante anche lo Yemen, dove l’esercito saudita non riesce ad avere ragione della rivolta filo sciita degli Houti, ed il Bahrain, paese in cui la popolazione sciita è in maggioranza, e dove il regime, fortemente sostenuto dai sauditi, denuncia attività terroristica sponsorizzata dall’Iran.

 

 

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