L’eterna insurrezione irachena

(STRINGER/AFP/Getty Images)

Le forze dell’Isis scacciate da Ramadi e da altri centri iracheni non scompaiono ma entrano in clandestinità. Il rischio è che alimentino una nuova ondata di attentati terroristici che riporti il paese agli anni peggiori dell’insurrezione contro la presenza occidentale, in un groviglio reso ancora più velenoso dal conflitto tra sciiti e sunniti, tra Iran e Arabia Saudita, che proprio in Iraq può trovare un fertile terreno di gioco. Intanto nei corridoi dei palazzi di Baghdad è in corso un braccio di ferro perché non a tutti piace l’assegnazione dell’appalto per riparare la diga di Mosul ad una ditta italiana. In Siria le forze curde hanno ormai pieno controllo delle principali vie di accesso nel paese dalla frontiera turca. A sud di Damasco, un convoglio umanitario è in viaggio per salvare dalla morte per fame la città assediata di Madaya.

Iraq. Due settimane dopo aver dichiarato vittoria a Ramadi, le forze di elite dell’esercito iracheno hanno finalmente scacciato i militanti dell’Isis dai quartieri orientali ma le strade sono ancora letteralmente cosparse di bombe e trappole esplosive. Solo ieri sono stati 650 i civili evacuati dalle aree della città sottoposte a intensi combattimenti e trasferiti nel campo profughi di Habbanyiah. Le forze della coalizione intanto continuano a colpire, il pentagono informa di aver realizzato in Iraq almeno 15 raid aerei su altrettanti obiettivi dell’Isis. Dagli Stati Uniti sono in arrivo rinforzi, altri 1800 soldati americani saranno dispiegati in Iraq e Afghanistan. Anche nelle zone “liberate” la minaccia dell’Isis non è cessata ma cambia forma e diventa insurrezione, guerriglia, terrorismo.

Italia Iraq. Il New York Times dedica un reportage alla diga di Mosul, che, secondo quanto annunciato dal presidente del consiglio Renzi, dovrebbe essere riparata dalla ditta italiana Trevi, protetta da un contingente di circa 500 bersaglieri. Secondo il giornale americano la diga è in condizioni disastrose, il rischio di un crollo è concreto, nel caso avvenisse quando il bacino è ai massimi l’onda di piena potrebbe uccidere fino a 500mila persone in un colpo solo. La mancanza di manutenzione può determinare quel che l’Isis non è riuscito a provocare: il crollo della diga, scrive il New York Times. Sono molte le difficoltà geopolitiche ma anche politiche della ricostruzione. La presenza degli occidentali nel grande cantiere della diga di Mosul non è benvisto da tutti a Baghdad. Ci sono forze politiche all’interno del mondo sciita che cercano di impedire l’assegnazione dell’appalto agli italiani e, ancor di più, il dispiegamento di soldati stranieri a difesa dell’infrastruttura. L’appalto infatti, scrive il giornale, non è stato ancora assegnato e la trattativa continua.

Siria. Un convoglio delle nazioni unite carico di cibo, medicine e altri beni di prima necessità è partito alla volta di Madaya, una cittadina siriana di 40mila abitanti a sud di Damasco, da mesi sotto l’assedio delle forze governative. Gli abitanti di Madaya sono ormai letteralmente alla fame, secondo Medici Senza Frontiere la popolazione soffre di malnutrizione acuta, e sono decine i malati gravi che necessitano di trasferimento urgente. L’assedio ed il blocco di aree popolate è una tattica di guerra seguita sia dal governo che dai ribelli per costringere intere comunità alla capitolazione.  Nella fase attuale, grazie anche alla controffensiva di Assad nelle zone attorno alla capitale, le nazioni unite sono state in grado di negoziare tregue e compromessi e di aprire finalmente corridoi umanitari ma molto resta da fare. In Siria sono circa 400mila le persone assediate in vare località dove non arrivano più rifornimenti necessari alla sopravvivenza.

Arabia Saudita-Iran. Una dichiarazione della lega araba, riunita in emergenza al Cairo, sostiene l’Arabia Saudita nello scontro con l’Iran. Condannati gli assalti alle sedi diplomatiche ma anche quel che viene definito “un trentennio” di intervento iraniano nella regione per alimentare l’odio settario. Nessuna sanzione concreta è stata deliberata contro Teheran però ma soltanto la creazione di una sottocommissione con “l’incarico di esaminare il problema”. La dichiarazione filo saudita è stata approvata all’unanimità con l’eccezione del Libano.

Turchia. Lo Stato Islamico emetteva biglietti, manifesti di carico, lasciapassare per regolare l’afflusso di beni e persone attraverso la frontiera turca verso la sua roccaforte siriana di Raqqa. Esistevano linee di autobus vere e proprie per compiere il percorso. Il giornale britannico Guardian ha potuto verificare in forma indipendente una serie di questi titoli di viaggio emessi tra il dicembre 2014 e il marzo 2015 finiti nelle mani dei Curdi dopo la conquista di Tel Abyad. I documenti recavano il timbro del “ministero dell’immigrazione” o del “ministero dei traporti” dell’ISIS. Si tratta di famiglie, uomini, donne e bambini, molti in arrivo dalla Tunisia. La Turchia ha sempre negato di consentire libero passaggio sul proprio territorio all’Isis, lamentando la difficoltà di controllare una frontiera così lunga. Gli attentati di Parigi e la pressione internazionale, soprattutto lo scontro con i Russi hanno cambiato le cose troncando quella che era una estesa rete di trasporti altamente regolata e controllata.

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