Siria: la fame come arma di guerra

A Syrian child eats a fruit on the outskirts of the besieged rebel-held Syrian town of Madaya, on January 11, 2016, after being evacuated from the town. Dozens of aid trucks headed to Madaya, where more than two dozen people are reported to have starved to death, after an outpouring of international concern and condemnation over the dire conditions in the town, where some 42,000 people are living under a government siege. / AFP / LOUAI BESHARA (Photo credit should read LOUAI BESHARA/AFP/Getty Images)

Un bambino siriano mangia un frutto alla periferia della città assediata di Madaya dopo essere stato evacuato. LOUAI BESHARA/AFP/Getty Images)

 

Arrenditi o muori di fame! Intere città lasciate per mesi senza nulla, cibo, medicine, elettricità e acqua. Convogli di rifornimenti intercettati da milizie e rivendute a prezzi astronomici ai civili. Morti per fame o mancanza di cure a centinaia. Una colonna di aiuti della mezzaluna rossa è entrata a Madaya, altre due stanno portando aiuto nelle zone sciite a nord. Il mondo esterno sta  iniziando a penetrare questi fortini della sofferenza, le atrocità nascoste di questa guerra vengono alla luce, è un segno di ritorno alla normalità? C’è ancora molto da fare, dicono le Nazioni unite, siamo solo all’inizio. 400mila gli abitanti di villaggi assediati, circa 4 milioni quelli di zone isolate e tagliate fuori dalle vie di comunicazione. Quando tutto sarà finito che paese sarà divenuto la Siria? L’Onu teme che resterà per anni un enorme campo profughi bisognoso di tutto. 

Siria. Il convoglio di aiuti delle Nazioni Unite e della Mezzaluna Rossa è entrato nella città di Madaya assediata dalle forze di Assad e Hezbollah, nello stesso momento in cui altri due convogli portavano cibo e medicine ad altri due villaggi assediati, stavolta dai ribelli, quelli di al-Fuaa e Kefraya, cittadine sciite nel nord della Siria. Un’operazione sincronizzata e faticosamente concordata tra le parti con la mediazione dell’ONU per alleviare le tremende sofferenze imposte dal conflitto alla popolazione civile. Secondo Medici Senza Frontiere sono 28 i morti per fame a Madaya, 80 le persone ricoverate in ospedale prive di coscienza, 400 i malati ancora a rischio della vita. L’operazione è solo all’inizio, ha dichiarato la responsabile siriana della mezzaluna rossa. La tattica dell’assedio e della fame sarà ricordata come una delle caratteristiche più atroci di questa guerra. “Arrendetevi o morire di fame” è questa l’alternativa proposta in questi anni a milioni di persone. Quando gli operatori umanitari ONU sono entrati a Madaya hanno trovato una città in cui non c’era più nulla. Niente cibo, niente acqua, niente elettricità, nulla. Un posto da cui fuggire. In questa guerra non c’è solo il conto dei morti e dei feriti da tenere a mente ma anche l’estesa distruzione di risorse, di infrastrutture, di capacità. Secondo l’ONU, quando la crisi sarà finita, potremmo avere una popolazione che per anni resterà dipendente dagli aiuti internazionali.

Francia.  I Russi hanno bombardato una scuola, hanno ucciso 12 allievi e tre adulti, questa la denuncia del coordinatore dell’Osservatorio siriano per i diritti umani che ieri ha incontrato all’Eliseo Françoise Hollande, una scusa che Mosca smentisce. Secondo il responsabile della ONG finché vi saranno bombardamenti contro la popolazione civile nessuno siederà al tavolo della pace che dovrebbe riunirsi il prossimo 25 gennaio a Ginevra. Il ministro degli esteri francese Fabius ha sottolineato la “necessità assoluta che la Siria e la Russia fermino le operazioni militari contro la popolazione civile”

Iraq. Follow the money. Salta in aria la cassaforte dell’Isis a Mosul. Milioni di dollari in contanti, frutto della vendita di petrolio e delle estorsioni, sono finiti in cenere. Le forze aeree a guida americana hanno colpito con bombe da 900 chili un deposito di denaro liquido che era usato proprio come centro di distribuzione di fondi agli affiliati. Secondo una fonte del pentagono citata dalla AFP nel bombardamento sono morti anche 7 civili.

Turchia. Ankara si prepara ad offrire permessi di lavoro ai rifugiati siriani nel tentativo di scoraggiare la pressione migratoria verso l’Europa. Lo ha dichiarato il ministro per i rapporti con l’Unione europa Bozkir in una conferenza stampa congiunta con il vice presidente della Commissione Timmermans. Secondo il governo turco sono stati 150mila i profughi bloccati dalle autorità mentre cercavano di passare clandestinamente in Europa, 500 al giorno. Allo stesso tempo, la Turchia si appresta a fare uno sforzo straordinario per integrare i profughi nel proprio tessuto produttivo. “Il numero dei migranti che varcano l’Egeo tentando di arrivare dalla Turchia in Grecia è ancora troppo alto” ha puntualizzato Timmermans, cui il ministro Turco ha risposto che la Turchia non ha ancora visto un centesimo dei fondi promessi dall’Europa per contribuire a gestire il problema sul suolo turco. Secondo le Nazioni unite nelle regioni al confine ormai i profughi siriani rappresentano il 25% della popolazione e le infrastrutture sono quasi al collasso, Secondo l’accordo raggiunto a Novembre l’Europa dovrebbe versare 3 miliardi di euro alla Turchia, oltre a garantire procedure agevolate per i visti e riavviare le trattative per ‘adesione della Turchia all’Unione.

 

 

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