L'”inevitabile” intervento in Libia

Libia depositiMinacce di attentati in Italia se il nostro paese manderà truppe in Libia; notizie di scontri in quel paese per il controllo dei pozzi petroliferi. La posta in gioco è altissima: se il governo nato dal compromesso tra le tribù e benedetto dalle Nazioni unite non riuscirà a formarsi e ad entrare nel paese, l’intervento armato, dell’Italia in primis, diventerà “inevitabile” dicono all’Huffington post fonti diplomatiche. Intanto l’Isis avrebbe consolidato la sua presa sul paese nordafricano e avrebbe posto la sua capitale a Sirte. “Sono molte le voci incontrollate che arrivano dalla Libia in questi giorni”, commenta il ministro degli esteri Gentiloni. Intanto con gli attentati di Giakarta l’Isis conferma la sua capacità di proiezione globale e la sua maestria nel reclutare giovani truppe sulla rete. Leggendo Le Monde  scopriamo che 800 miliziani indonesiani combattono o hanno combattuto in Siria sotto le bandiere nere dell’Isis.

 

Libia. “dalla Libia arrivano molte notizie incontrollate in questi giorni” così il ministro degli esteri Paolo Gentiloni commenta la voce che l’Isis abbia imprigionato 150 persone nell’area degli impianti di stoccaggio del petrolio nell’Est perché rifiutavano di aderire allo Stato Islamico. Solo ieri la pubblicazione su un giornale mauritano di pesanti minacce contro l’Italia da parte dell’AQMI l’organizzazione al quaida nel Maghreb islamico, se oserà intervenire militarmente in Libia. La “messa in sicurezza della Libia è inevitabile” spiegano all’Huffington Post fonti diplomatiche, il che significa intervento militare diretto dei paesi occidentali se fallirà la mediazione del governo scelto dalle Nazioni Unite. Dalla Libia passa il 95% dei rifugiati diretti nel nostro paese, in Libia l’ENI è riuscito, nonostante tutto, finora, a mantenere alti livelli di produzione ma il petrolio è sotto attacco, da una Libia controllata dall’Isis potrebbe iniziare la destabilizzazione di Tunisia ed Egitto. Queste tre ragioni, secondo il diplomatico, rendono l’intervento inevitabile. “Per il momento il compromesso tra le tribù tiene ma siamo sul filo del rasoio” sostengono le stesse fonti, ricordiamo che il premier incaricato si è trasferito a Tunisi dopo il sanguinoso attentato di Zliten. Se la comunità internazionale non sarà neppure in grado di garantire la sua sicurezza in Libia l’esperimento non potrà neppure cominciare.

Siria. L’assedio di numerose città, tra cui Madaya dove un convoglio della croce rossa è riuscito questa settimana a portare cibo e medicinali, è un “crimine di guerra” secondo il segretario generale delle Nazioni unite, Ban Ki Moon. Il consiglio di sicurezza si riunirà oggi, su richiesta di Londra, Washingtone e Parigi per chiedere che gli assedi  siano tolti. secondo gli ultimi dati in Siria sarebbero circa 400mila le persone sottoposte a questo tipo di assedio: città intere circondate e lasciate senza acqua, elettricità e rifornimenti. a praticare questa guerra totale contro i civili sarebbero sia le forze di Assad che i ribelli. La  minaccia di una condanna di Assad per crimini di guerra ad una settimana dall’inizio dei colloqui di pace potrebbe essere un elemento pesante sul tavolo. Sarà interessante vedere quale sarà in merito la posizione della Russia, alleata di ferro del presidente siriano.

Indonesia. “L’indonesia terra di missione dello stato islamico” titola oggi le monde. L’Isis ha rivendicato la serie di attacchi compiuti ieri a Giakarta. Ma secondo le autorità gli attentati sono stati compiuti da due gruppi distinti: La Jamaah Islamiya, una organizzazione legata ad Al Quaida e dall’Isis, la cui bandiera nera è stata ritrovata sul luogo dell’attentato. I tradizionali gruppi islamisti indonesiani si fregiano della bandiera dell’isis per sfruttarne l’aura e la forza mediatica? Secondo il quotidiano francese i rapporti tra Indonesia e issi sono molto più complessi. Con i suoi 250 milioni di abitanti l’Indonesia è il paese musulmano più popoloso al mondo. L’80 per cento degli abitanti è composta da giovani internauti attivi sui social dove i reclutatori dell’isis eccellono. Per l’organizzazione siro-irachena il compito è semplice, basta giocare con le tensioni religiose che da sempre attraversano l’Indonesia.  Ma c’è di più. La presenza di militanti islamisti  indonesiani in Siria è stata verificata. Secondo le autorità del paese asiatico circa 800 indonesiani hanno combattuto in Siria e un centiniaio sono rientrati in Indonesia.

 

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