Siria, Usa e Russia cercano una via d’uscita al conflitto

US, Russian FMs meet on Syria, Ukraine in ZurichTutto più chiaro. I grandi hanno deciso di prendere la situazione in mano. Sulla Siria non sono i siriani a scegliere le date e i modi per sedersi alla tavola di pace, prevista per il 25 di questo mese, ma le potenze internazionali. Le tensioni tra l’Iran e l’Arabia Saudita obbligano americani e russi a mettersi d’accordo per trovare una via d’uscita a un conflitto che sta durando troppo. Solo che non è facile arrivare a un accordo nemmeno per loro, soprattutto per loro. Al termine di tre ore di colloquio a Zurigo, John Kerry e Sergei Lavrov non sono riusciti a mettersi d’accordo sui gruppi che dovranno partecipare ai negoziati. Il Ministro degli Esteri russo ha confermato, al termine dell’incontro, che Mosca e Washington sono d’accordo nel voler preservare l’integrità territoriale della Siria. Frasi diplomatiche che traducono l’incapacità della comunità internazionale di trovare una soluzione al conflitto. Nel frattempo, il consiglio dell’opposizione siriano ha fatto sapere che non parteciperà alla conferenza di pace prevista a Ginevra, affermando di voler essere l’unico interlocutore contro il regime di Bashar al Assad. Tocca capire cosa vuole allora l’Arabia Saudita, il vero paladino del consiglio, in questa partita di scacchi mediorientale. Chi aveva detto che il conflitto siriano è un problema tra siriani?

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L’Isis taglia i salari dei combattenti

boia isisLa crisi tocca tutti, persino l’Isis. Il gruppo jihadista ha deciso di dimezzare gli stipendi dei suoi membri in Siria e Iraq. La riduzione dei proventi petroliferi causati dal danneggiamento dei pozzi nell’est della Siria e la distruzione di una filiale della Banca centrale sono la causa di questo provvedimento. Gli stipendi dei combattenti scenderanno dunque da 400 dollari a 200. I combattenti stranieri, pagati il doppio rispetto ai loro compagni siriani, vedranno il loro stipendio ridotto a 400 dollari. Momenti difficili per l’autoproclamato Stato Islamico che ha confermato l’uccisione del suo boia più famoso: Jihadi John. Il boia, che in realtà si chiamava Mohamed Emwazi ed era uno degli uomini più ricercati al mondo, è stato ucciso in un raid aereo

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Negoziati di Ginevra, si rischia il rinvio

7th Annual International Human Rights Summit 2010, Geneva, SwitzerlandCi siamo. Mancano pochi giorni per l’inizio delle negoziazioni di pace sulla Siria. A Ginevra devono incontrarsi il venticinque di questo mese le delegazioni che rappresentano il regime di Damasco e l’opposizione siriana. Voci dall’Onu creano un po’ di suspense, affermando la possibilità di un rinvio. Motivo, mancanza di un accordo fra le potenze regionali su chi deve partecipare. La Russia auspica che ai negoziati partecipino anche i gruppi moderati interni considerati più vicini al regime del presidente siriano Bashar al-Assad. Organizzazioni considerate “collaborazioniste” dal resto dell’opposizione. I media, intanto, continuano a parlare della strage di Deyr Zoor, nell’est della Siria: 300 tra civili e soldati decapitati e altri 400 militari governativi catturati dall’Isis. Si teme che possano essere uccisi nelle prossime ore

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Isis, il massacro di Deir Ez-zor

FRANCE-BRITAIN-EUROPE-MIGRANTSDuecentottanta civili giustiziati, quattrocento donne e bambini sequestrati, forse per usarli come “scudi umani”. Sono questi i numeri del massacro dell’Isis a Deir Ez-zor, città dell’omonima provincia orientale siriana, ricca di petrolio e confinante con l’Iraq. Una mattanza per punire le famiglie di soldati e miliziani siriani, che combattono per il regime di Bashar al-Assad. Intanto a Kabul si aprono i colloqui per la pace a cui partecipano Afghanistan, Usa, Cina e Pakistan, alla ricerca di un difficile dialogo con i Talebani

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L’accordo sul nucleare iraniano rafforza i nemici dell’Isis

U.S. Secretary of State John Kerry talks with Iranian Foreign Minister Mohammad Javad Zarif, right, after the International Atomic Energy Agency (IAEA) verified that Iran has met all conditions under the nuclear deal, in Vienna, Saturday Jan. 16, 2016. (Kevin Lamarque/Pool via AP)

Dopo l’annuncio dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica: “ l’Iran ha applicato tutte le misure richieste per l’entrata in vigore dell’intesa di luglio”, il paese può rientrare a pieno titolo nella comunità internazionale. Subito  iniziati lo scambio di prigionieri e la rimozione delle sanzioni economiche.  L’accordo che era stato firmato da Stati Uniti, Cina, Russia, Francia, Gran Bretagna e Germania, rinforza la posizione dell’amministrazione Obama  nella coalizione contro l’Isis e mette in difficoltà l’Arabia Saudita e Israele, storici nemici di Teheran.  L’Isis risponde in Siria e Libia con una serie di azioni militari su obbiettivi tattici. Intanto a Erbil  Qubad Talabani, vice primo ministro del Kurdistan  iracheno, lancia un allarme inquietante: “Non  si vince la guerra all’Isis senza i soldi del petrolio”.

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Al Qaeda nel Magreb rivendica l’attacco alla capitale del Burkina Faso

Mokhtar Belmokhtar (Ansa)

Mokhtar Belmokhtar (Ansa)

L’azione terroristica coordinata contro i grandi alberghi di Ouagadougou è stata condotta dal gruppo jihadista Al-Mourabitoune, specializzato in irruzioni in locali turistici e in prese di ostaggi. Comandato dall’algerino Mokhtar Belmokhtar, uno dei leadar jihadisti più temuti del Sahel, dato per morto a più riprese aveva già organizzato l’attacco contro l’hotel Radisson Blu di Bamako, capitale del Mali, nel quale erano state uccise 21 persone. Il gruppo jihadista, nel rivendicare quest’ultimo attacco, cerca di riaffermare la capacità e l’efficienza militare di Al Qaeda, almeno nell’Africa sub sahariana, contendendo all’Isis la leadrship globale del terrore. Intanto Federica Mogherini ha riaffermato che il sostegno ai libici impegnati nella guerra contro l’Isis è un impegno fondamentale dell’Europa, e anche dell’Italia.

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L'”inevitabile” intervento in Libia

Libia depositiMinacce di attentati in Italia se il nostro paese manderà truppe in Libia; notizie di scontri in quel paese per il controllo dei pozzi petroliferi. La posta in gioco è altissima: se il governo nato dal compromesso tra le tribù e benedetto dalle Nazioni unite non riuscirà a formarsi e ad entrare nel paese, l’intervento armato, dell’Italia in primis, diventerà “inevitabile” dicono all’Huffington post fonti diplomatiche. Intanto l’Isis avrebbe consolidato la sua presa sul paese nordafricano e avrebbe posto la sua capitale a Sirte. “Sono molte le voci incontrollate che arrivano dalla Libia in questi giorni”, commenta il ministro degli esteri Gentiloni. Intanto con gli attentati di Giakarta l’Isis conferma la sua capacità di proiezione globale e la sua maestria nel reclutare giovani truppe sulla rete. Leggendo Le Monde  scopriamo che 800 miliziani indonesiani combattono o hanno combattuto in Siria sotto le bandiere nere dell’Isis. Continua a leggere

Ginevra, Assad partecipa da una posizione di forza

assadConfermata la data per i colloqui di pace sulla Siria: sarà il 25 gennaio a Ginevra. Il regime di Assad partecipa da una posizione di forza. Da quando sono arrivati gli alleati russi in aiuto tutto è andato liscio per Damasco. Il regime si sente forte e accetta di sedersi alla tavola dei negoziati con un’opposizione frammentata e distrutta. Non solo, il ministro degli esteri al-Mouallam chiede persino un’opposizione di suo gradimento per continuare il dialogo. Non poteva andare meglio per Assad. Le potenze internazionali sono disposte a chiudere un occhio e a dimenticare le responsabilità del Rais siriano in questo conflitto che ha causato più di 260 mila morti e milioni dei rifugiati. Dopo cinque anni di guerra si può dire che gli elementi che indicano la fine della partita non mancano, anche se la complessità del conflitto e il ruolo delle potenze straniere lasciano sempre spazio a sorprese dell’ultima ora

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L’Isis lancia un avvertimento ad Erdogan

ISTANBUL, TURKEY - JANUARY 12: Turkish police secure the area after an explosion in the central Istanbul Sultanahmet district on January 12, 2016 in Istanbul, Turkey. At least 10 people have been killed and 15 wounded in a suicide bombing near tourists in the central Istanbul historic Sultanahmet district, which is home to world-famous monuments including the Blue Mosque and the Hagia Sophia. Turkish President Erdogan has stated that the suicide bomber was of Syrian origin. (Photo by Can Erok/Getty Images)

Photo by Can Erok/Getty Images

La bomba esplosa nel cuore turistico di Istanbul potrebbe essere un avvertimento al presidente turco Erdogan che si appresta a controllare con ingenti forze la linea di frontiera tra il suo paese e la Siria, in un’area ormai controllata da forze curde. La situazione sul terreno costringe la Turchia ad uscire dall’ambiguità e a prendere posizione contro un Isis indebolito e in crisi. In Siria come in Iraq lo Stato Islamico reagisce alle sconfitte territoriali ricorrendo alla vecchia tattica del terrorismo suicida. In Siria come in Iraq i Curdi approfittano del vuoto lasciato dai Jihadisti in crescente difficoltà per affermare al propria autonomia. In Iraq, tra la regione autonoma del Kurdistan ed il resto del paese sta sorgendo una frontiera fortificata che potrebbe preludere ad una vera e propria secessione.

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Siria: la fame come arma di guerra

A Syrian child eats a fruit on the outskirts of the besieged rebel-held Syrian town of Madaya, on January 11, 2016, after being evacuated from the town. Dozens of aid trucks headed to Madaya, where more than two dozen people are reported to have starved to death, after an outpouring of international concern and condemnation over the dire conditions in the town, where some 42,000 people are living under a government siege. / AFP / LOUAI BESHARA (Photo credit should read LOUAI BESHARA/AFP/Getty Images)

Un bambino siriano mangia un frutto alla periferia della città assediata di Madaya dopo essere stato evacuato. LOUAI BESHARA/AFP/Getty Images)

 

Arrenditi o muori di fame! Intere città lasciate per mesi senza nulla, cibo, medicine, elettricità e acqua. Convogli di rifornimenti intercettati da milizie e rivendute a prezzi astronomici ai civili. Morti per fame o mancanza di cure a centinaia. Una colonna di aiuti della mezzaluna rossa è entrata a Madaya, altre due stanno portando aiuto nelle zone sciite a nord. Il mondo esterno sta  iniziando a penetrare questi fortini della sofferenza, le atrocità nascoste di questa guerra vengono alla luce, è un segno di ritorno alla normalità? C’è ancora molto da fare, dicono le Nazioni unite, siamo solo all’inizio. 400mila gli abitanti di villaggi assediati, circa 4 milioni quelli di zone isolate e tagliate fuori dalle vie di comunicazione. Quando tutto sarà finito che paese sarà divenuto la Siria? L’Onu teme che resterà per anni un enorme campo profughi bisognoso di tutto.  Continua a leggere