Manovra a tenaglia su Aleppo

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KILIS, TURKEY - FEBRUARY 08: A family wanting to leave Turkey check their paperwork after passing through a border gate as a small number of Syrian refugees were allowed to return to Syria at the closed Turkish border gate on February 8, 2016 in Kilis, Turkey. According to Turkish officials some 35,000 Syrian refugees have massed on the Syrian/Turkish border after fleeing Russian airstrikes and a regime offensive surrounding the city of Aleppo in northern Syria. Turkey's President Recep Tayyip Erdogan said Turkey would open it's doors" if necessary" (Photo by Chris McGrath/Getty Images)

KILIS, TURCHIA – 8 FEBBRAIO:                            La frontiera tra Turchia e Siria rimane chiusa (Photo by Chris McGrath/Getty Images)

Cosa è andata a fare Angela Merkel in Turchia? Chiedere una più decisa azione contro gli sbarchi dalle coste turche verso la Grecia è importante per la cancelliera ma lo è ancor di più ragionare sul futuro della guerra in Siria con uno dei protagonisti, oggi in gran difficoltà: il presidente turco Erdogan.  L’Europa chiede alla Turchia di aprire i cancelli di fronte all’esodo dei civili siriani in fuga da Aleppo. Questo significherebbe, per la Turchia, rinunciare a creare una zona cuscinetto oltre frontiera che metterebbe l’esercito turco a rischio di scontro con le forze di Assad appoggiate dai bombardieri russi che a quella linea di confine si stanno avvicinando. Il punto interrogativo è ormai capire come riprendere il filo del dialogo dopo l’inevitabile caduta di Aleppo. Assad si fermerà a dialogare?

Siria. Sono milizie sciite, vengono soprattutto da fuori della Siria: Iraniani, Hezbollah libanesi, ma anche milizie sciite irachene temprate nella lotta contro l’Isis. Avanzano verso Aleppo, la più grande città del paese con la copertura dei bombardamenti russi. Stanno dando al presidente Assad la più importante spinta verso la vittoria degli ultimi 5 anni. Secondo quanto scrive il Wall Street Journal le forze che sostengono il regime hanno preso il villaggio di Kifeen a nord di Aleppo, il che, porta l’esercito di Assad ad appena 20 chilometri dalla frontiera con la Turchia. Sono decine di migliaia i civili in fuga verso la Turchia. Già circa 35mila persone sono ammassate a ridosso della frontiera, di fronte ai cancelli che la Turchia non intende ancora aprire. A questo punto il regime può decidere di tagliare anche le ultime vie di fuga e assediare la città “in modo da costringere la Turchia e l’Arabia saudita ad accettare un cessate il fuoco alle condizioni di Assad”. Questo scrive l’Institute for the study of war nel suo bollettino di guerra. Ma è veramente questa l’intenzione di Damasco e dei suoi alleati? Riaprire il negoziato subito dopo aver avuto ragione dell’opposizione ad Aleppo? E intanto, la Turchia resterà a guardare?

Turchia. “Negli ultimi giorni siamo inorriditi dalle sofferenze di decine di migliaia di persone causate soprattutto dai bombardamenti russi”. E’ la frase più forte pronunciata  da Angela Merkel durante la sua visita in Turchia di ieri. Accanto a lei il premier Davutoglu rincara “I Russi stanno conducendo bombardamenti a tappeto – vogliono ripulire l’intera regione per essere sicuri che l’esercito di Damasco vinca ed arrivi fino alla frontiera con la Turchia”. Durante il faccia a faccia, prima con Davutoglu e poi con Erdogan la cancelliera reitera le prirorità europee: finanziamenti in cambio di una lotta più efficace di quanto non sia stata finora al traffico di esseri umani. L’Unione europea non può permettersi questo ritmo di sbarchi di rifugiati siriani, ma anche iracheni ed afghani, sulle coste della Grecia. “Missione non compiuta” scrive il sito politico.eu, secondo cui la Merkel torna da Ankara con poco o nessun progresso. E’ però probabile, che, al di la delle dichiarazioni ufficiali, Angela Merkel avrà avuto modo di esprimere al presidente Erdogan la preoccupazione dell’Unione europea per il futuro del conflitto in Siria, volendo evitare, in primo luogo che la Turchia risponda militarmente a quella che percepisce come una aggressione diretta ai propri confini.

Canada. Basta attacchi aerei più truppe sul terreno. La partecipazione del Canada alla coalizione contro l’Isis cambia. Il premier Justin Trudeau ha annunciato al fine dei raid aerei in Iraq entro la fine di febbraio ma aumenterà il personale canadese, ci saranno più istruttori militari, più forze speciali e più personale umanitario. Trudeau ha dichiarato che “solo dei seri sforzi nel senso dello sviluppo possono garantire stabilità di lungo termine nella regione”. Il Canada inizierà anche a fornire armi e munizioni alle milizie curde che combattono l’Isis. Il capo di stato maggiore dell’esercito canadese, Generale Jonathan Vance ha dichiarato “Stiamo mandando più persone sul terreno, aumentano i rischi, è un luogo pericoloso in cui lavorare. Non stiamo affatto fuggendo”

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