Un documento firmato da leader alawiti auspica dimissioni di Assad e democrazia

Oggetti di porcellana in mostra al mercato di Damasco (Photo credit should read JOSEPH EID/AFP/Getty Images)

Come interpetare l’ultima clamorosa notizia che rimbalza dalla Siria sui principali media del mondo arabo? Un gruppo di leader Alawiti, la setta cui appartiene il presidente Assad, avrebbe sottoscritto un documento in cui si auspica l’uscita di scena del rais e l’avvio di un processo realmente democratico. Ricordando le sofferenze e le violenze subite durante la lunga guerra civile ancora in corso, il documento si augura il superamento della logica delle sette e delle fazioni, per evitare che il sangue versato continui a nutrire la logica delle vendette incrociate. L’uscita di scena della persona del Raìs è il prezzo che gli alawiti sarebbero disposti a pagare in cambio della pace. Dei leader citati però non è noto neppure il nome, difficile se non impossibile verificare quanto siano realmente rappresentativi. Il documento resta comunque, in questa fase, un importante segnale per il presidente Assad. Siamo veramente sicuri che la Russia non sia disposta, per assumere definitivamente il ruolo centrale di garante per il futuro della Siria a sacrificare il raìs in nome della pacificazione?

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La riconquista di Palmira

palmiraMentre l’Occidente piange le vittime di Bruxelles e si interroga sulla defaillance dei servizi segreti e della polizia belga, l’Isis perde terreno in Siria, e la riconquista da parte di Damasco di Palmira, punto più occidentale della Via della Seta, assume un forte valore strategico e simbolico. Una vittoria di Assad e del suo “amico” Putin, che rivendicano così di fronte agli Usa e all’Europa il ruolo di alleati credibili ed efficaci nella lotta all’Isis, rafforzando la loro posizione al tavolo di Ginevra e conquistando un punto strategico nella successiva  battaglia per la liberazione di Raqqa e Deir ez-Zour. Quel che è certo, è che l’antica città nel deserto non sarà più soltanto un sito archeologico d’importanza mondiale in cui si intrecciano contaminazioni culturali assire, bizantine e romane, ma anche un luogo che ricorderà l’offensiva del Terrore contro la memoria storica dell’umanità. Intanto, il Pentagono fa sapere che nelle ultime settimane la coalizione internazionale ha ucciso più di 1000 combattenti tra cui 20 leader, come il numero 2 al-Qaduli, il “ministro delle Finanze” del sedicente Stato islamico, mentre l’Isis ha perso il 40 per cento dei territori controllati in Iraq e in Siria

 

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L’appello a una Siria federale divide il tavolo di Ginevra

UN Special Envoy of the Secretary-General for Syria Staffan de Mistura (L) speaks with former Syrian deputy prime minister Qadri Jamil (R) and Syria's regime-tolerated opposition in Geneva on March 16, 2016 during a new round of negotiations of Syrian peace talks at the UN headquarter. / AFP / AFP AND POOL / PHILIPPE DESMAZES (Photo credit should read PHILIPPE DESMAZES/AFP/Getty Images)

“La Siria è stata una nazione unita per secoli” con queste parole Bashar al Jaafari, rappresentante di Assad al tavolo di Ginevra, ha respinto l’appello lanciato ieri dai Curdi per una Siria Federale, proposta che ha il vantaggio, però, di essere l’unica realistica, a parte una catastrofica spartizione del paese. Le Nazioni unite, consapevoli che nessuna fazione è in grado di vincere la guerra da sola, si affidano alla Russia ed agli Stati uniti perché convincano le parti a mantenere un atteggiamento costruttivo. Il ritiro russo, per come è stato presentato dal Cremlino,  ha rappresentato una doccia fredda soprattutto per Assad oltre ad una apertura di dialogo con il re Saudita. Dall’annuncio di Putin ad oggi gli aerei di Mosca hanno sorvolato le zone di guerra più volte ma non hanno effettuato bombardamenti. Un modo per ricordare agli avversari che possono tornare operativi in qualsiasi momento e a Damasco che senza l’appoggio russo il vecchio regime non è in grado né di vincere né di controllare il territorio. In questo contesto i colloqui di Ginevra riacquistano una funzione. Intanto si muove chi può mettere a segno dei colpi sul terreno. I Curdi hanno già avviato l’iter amministrativo per unificare i cantoni del Rojava, la Siria settentrionale, in una unica giurisdizione. Nel frattempo le forze dell’YPG continuano a scontrarsi con l’Isis ma hanno anche ingaggiato battaglia con una guarnigione pro Assad all’interno del loro territorio. La Turchia osserva con estrema preoccupazione e gioca le sue carte sul terreno della diplomazia cercando di rendersi indispensabile all’Unione europea nella gestione dei profughi. Per gli americani, in ultima analisi, i Curdi rappresentano l’unico esercito in grado di attaccare la roccaforte dell’Isis di Raqqa. Continua a leggere

Putin: missione compiuta

Oggetti di porcellana in mostra al mercato di Damasco (Photo credit should read JOSEPH EID/AFP/Getty Images)

Missione compiuta. Vladimir Putin dichiara che gli obiettivi principali della missione militare russa in Siria sono stati raggiunti e, a sorpresa, avvia il ritiro. La memoria corre al 1 maggio 2003, quando sulla portaerei Abraham Lincoln, George W. Bush pronunciò il suo discorso di “missione compiuta” annunciando la fine dei combattimenti in Iraq. La storia si è occupata di dimostrare che aveva torto: la stragrande maggioranza dei combattimenti, delle uccisioni di militari e di civili, avvenne dopo quella data; in Iraq la guerra continua ancora oggi. E in Siria?

Quale ritiro? Il ministero della difesa russo ha emesso un comunicato stampa stamane per annunciare che il contingente dispiegato in Siria ha iniziato a caricare equipaggiamenti sui cargo e sta avviando le necessarie operazioni logistiche per il ritiro delle proprie forze dal paese. La Russia manterrà, però, in Siria  la base aerea di Hmeymim e la base navale di Tartus in piena efficenza.  Il Cremlino non ha chiarito se ha intenzione di spostare anche i sistemi i difesa antiaerea con le batterie di missili S-400, limitandosi a dire che la base di Hmeymim verrà dotata di tutte le difese più avanzate per impedire minacce da parte dell’Isis. Il che significa che la Russia manterrà la superiorità aerea nei cieli della Siria perché né la Turchia né i sauditi oseranno affrontare le efficienti difese antiaeree russe. Inoltre, se Assad avesse ancora necessità di aiuto la Russia potrebbe ritornare in forze sul teatro siriano nel giro di poche ore.

Missione compiuta? Apparentemente si. Un lucido articolo del sito Syria in crisis, progetto di studi nell’ambito del Carnegie endowment of peace, scritto all’inizio di dicembre definiva gli obiettivi di Putin in Siria in questo modo: l’obiettivo minimo sarebbe stato quello di consentire al regime di mantenere buona parte del territorio cosiddetto della Siria utile, ovvero la parte occidentale abitata da Damasco, al confine con il Libano alla costa di Latakia, preservando così anche la base navale russa di Tartus, in caso di frammentazione del paese. L’obiettivo a medio termine, quello di congelare il conflitto impedendo il trionfo dei nemici di assad, e l’obiettivo massimo, quello di consolidare a tal punto la presa di Assad sul potere da renderlo interlocutore fondamentale al tavolo della pace in vista di una soluzione finale. Rivedendo oggi, a distanza di 3 mesi la situazione, sembra che la Russia abbia colto l’obiettivo massimo. La pax putiniana durerà? Una mossa alla volta sulla scacchiera. Il presidente russo di dimostra, comunque, un buon giocatore. E’ più facile entrare in guerra che uscirne dal momento giusto.

De Mistura: se fallisce il negoziato si torna alla guerra

Staffan de Mistura (Salvatore Di Nolfi/Keystone via AP)

A Ginevra ripartono i colloqui di pace tra le fazioni rivali nella guerra civile siriana. Staffan De Mistura, l’anfitrione plenipotenziario ONU non si illude: non è a questo tavolo che verrà decisa la soluzione finale per la Siria. Potrebbe però scaturire dai colloqui una road map per arrivarci, infine, dando voce alle posizioni dei contendenti senza che ricominci questa sanguinosissima guerra.  “Se le fazioni non riusciranno a dialogare” ragiona De Mistura, la soluzione sarà comunque imposta dall’esterno, dalle grandi potenze, ergo a chi si è combattuto con tanta ferocia conviene o converrebbe in teoria imparare a dialogare. Ma la situazione ormai sfugge al controllo delle forze interne. Gli osservatori del mondo arabo sunnita, Turchia e Arabia saudita in testa, temono soprattutto una cosa : la spartizione della Siria. (vedi l’editoriale di Zohuir Louassini)  Questa metterebbe fine all’egemonia sunnita, avvierebbe un domino di disintegrazione nel medio oriente, porrebbe la condizioni per un forte stato curdo al confine con la Turchia. L’alternativa è rafforzare il ruolo di Damasco e di Assad. Nemico acerrimo con cui il dialogo sembra decisamente difficile.

 

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La lista dell’Isis

IsisIndirizzi, numeri di telefono, legami personali. Più di 22.000 nomi, per il 70 per cento arabi, ma anche americani, francesi, tedeschi e inglesi. Una lista consegnata da un ex membro dello Stato Islamico, che avrebbe abbandonato il gruppo jihadista, all’emittente britannica Sky News. Questionari, 23 domande per i potenziali tagliagole, che comprenderebbero quesiti sul gruppo sanguigno, sul “livello di comprensione della sharia”. Tra queste anche la possibilità di scegliere se si
preferisce essere usati come attentatori suicidi, soldati o in un altro ruolo. Si chiede inoltre di fornire i dettagli di qualsiasi “esperienza jihadista fatta in precedenza”.
A sottrarre i file in una pennetta elettronica al capo della sicurezza interna del Califfato sarebbe stato un “pentito” dell’Isis, un ex miliziano anti Assad. Secondo il “pentito”, il sedicente Stato Islamico avrebbe abbandonato il suo quartier generale a Raqqa e si starebbe spostando verso il deserto. Sul tema dell’emergenza migranti, mentre la Merkel invoca ancora una volta il supporto di Ankara, personaggi politici di area conservatrice, come l’ex presidente Sarkozy e il leader Csu Manfred Weber, criticano la “resa” dell’Ue alla Turchia lunedì scorso a Bruxelles, e puntano il dito in particolare sull’accelerazione dell’abolizione del visto per i turchi che viaggiano nell’area Schengen. Un accordo così ambizioso che in molti ritengono impossibile da attuare

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Il blitz di Berlino

LONDON, ENGLAND - FEBRUARY 04: German Chancellor Angela Merkel arrives at the 'Supporting Syria Conference' at The Queen Elizabeth II Conference Centre on February 4, 2016 in London, England. World leaders are gathering for the 4th annual donor conference in an attempt to raise £6.2bn GBP to those affected by the war in Syria. (Photo by WPA Pool - Toby Melville/Getty Images)

Un accordo forte, sorprendente, chiuso all’insaputa dei 28 da Berlino e Ankara. Servirà? E’ chiaro che, nel breve termine l’accordo funzionerà, la Turchia è un paese in grado di mantenere gli impegni, di alleviare la pressione dei migranti illegali che cercano di arrivare via mare. Diventerà “per nostro conto” il garante dell’impostazione di flussi legali di immigrazione verso l’Europa. Questo implica che il sistema delle quote andrà comunque implementato e, anche i paesi che ora si rifiutano, verranno obtorto collo “persuasi”. E’ una funzione fondamentale della nostra sovranità che viene però, in questo modo, consegnata ad un paese che non fa parte dell’Unione, in preda ad una involuzione autoritaria, e che non è affatto un osservatore disinteressato nel conflitto siriano. Un accordo che va bene, temo, solo per una politica sempre attenta al breve termine, scandita dalle elezioni nei lander tedeschi, che, come gli esami, ci sono di continuo e non finiscono mai.

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Crisi dei migranti, a Bruxelles il vertice dell’ultima chance

Greece MigrantsObiettivi più che ambiziosi. Tornare a Schengen e mettere fine alle politiche di lasciapassare dei migranti a ondate applicate finora dai paesi della “rotta dei Balcani occidentali”, rotta di cui oggi dovrebbe essere sancita la chiusura ufficiale. Sono questi i punti messi nero su bianco dal presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, nella lettera di invito ai capi di stato per il vertice straordinario Ue-Turchia in programma oggi a Bruxelles. Incontro che in realtà mira ad assicurarsi una volta per tutte il sostegno di Ankara sul tema dei profughi e a verificare lo stato del piano di azione concordato a novembre scorso, in particolare per quanto riguarda gli accordi di riammissione dei migranti che non hanno diritto alla protezione internazionale e che hanno attraversato le frontiere illegalmente per recarsi in Europa lungo la rotta balcanica. La Turchia dovrebbe accettare anche di riprendere sul suo territorio i migranti salvati e raccolti nel Mar Egeo dalle missioni di Frontex e da quella della Nato. In cambio, oltre ai tre miliardi di euro in aiuti diretti per i 2,8 milioni di rifugiati nei campi profughi in Turchia, l’Ue promette ad Ankara di non richiedere più il visto, a partire dal prossimo novembre, ai cittadini turchi che viaggeranno nei paesi europei. Ma soprattutto Bruxelles vuole allontanare lo spettro di un’Europa in piena disgregazione e lo spettacolo degli ultimi giorni, dei 28 “in ordine sparso” sulla crisi migratoria. Resta da capire che spazio avranno i temi del rispetto delle libertà e dei diritti civili in Turchia, paese candidato ad entrare nell’Ue. 

“Serve un processo credibile di redistribuzione” ha ribadito Tsipras arrivando a Bruxelles. E resta ancora senza soluzione il non facile nodo delle “relocation” (la redistribuzione negli altri paesi membri di 160 mila richiedenti asilo da Italia e Grecia) e il meccanismo volontario dei “resettlement”, i reinsediamenti in alcuni paesi Ue di alcune migliaia di rifugiati prelevati direttamente dai campi profughi nei paesi terzi.

Intanto Human Rights Watch denuncia: “la Turchia non è un Paese sicuro per rifugiati e richiedenti asilo”.  Al confine turco-siriano, sostiene l’organizzazione, ci sono decine di migliaia di persone bloccate che rischiano la vita. E Oxfam Italia: “I leader europei sembrano essersi completamente dimenticati che stiamo parlando di persone e famiglie in fuga da guerre, abusi, fame e povertà: sono loro che dovrebbero essere protetti, non i confini europei”.

E a pochi giorni dalla ripresa dei negoziati per la Siria, il premier Davutoglu potrebbe cogliere l’occasione per ribadire la richiesta di creare una zona cuscinetto nel Paese, sotto protezione internazionale, a ridosso della frontiera turca, in cui far affluire e raccogliere i profughi del conflitto. Erdogan ha cominciato a ventilare persino l’ipotesi di costruire una vera e propria città ex novo, con infrastrutture ben funzionanti, per accogliere i profughi, senza che siano costretti ad attraversare la frontiera e alimentare i flussi verso la Turchia e l’Europa. La questione, almeno ufficialmente, non è mai stata presa davvero sul serio dagli europei (mentre forse comincia a suscitare qualche interesse negli Usa), ma questo vertice è quasi certamente un’occasione che Davutoglu non si lascerà sfuggire.

E se la tregua tiene, dalla roccaforte del sedicente Stato Islamico, Raqqa, sembrano arrivare segni di disgregazione. Sarebbe in corso una rivolta contro il dominio dell’isis, secondo Rt che cita fonti sul territorio e le testate Alalam e Hamrin. Dopo giorni di scontri, che avrebbero provocato decine di morti, circa “200 miliziani dell’isis” avrebbero deciso di “sostenere la popolazione locale” spingendo i terroristi a organizzare dei “posti di blocco all’ingresso della città”. I cittadini di Raqqa avrebbero così conquistato cinque quartieri, e sostituito alla bandiera nera quella siriana.

Putin il garante

Russian President Vladimir Putin chairs a Security Council meeting in the Kremlin in Moscow, Russia, Friday, March 4, 2016. (Alexei Nikolsky/Sputnik, Kremlin Pool Photo via AP)

In Siria la danza la dirige Putin. Quando il presidente russo conferma ai leader di Germania, Francia, Italia e Gran Bretagna che il processo di pace va avanti, allora non ci sono motivi per non crederlo. Ormai tutti s’inchinano alla volontà del Cremlino per risolvere la questione siriana.

Mettendo tutti davanti ai fatti, Putin assicura che la decisione del governo di Damasco di fissare ad aprile le elezioni parlamentari, non ostacola il processo di pace. Sembra che sia la stessa opinione dell’inviato speciale dell’ONU per la Siria. Staffan de Mistura si è detto fiducioso sui colloqui di pace, convocati per il prossimo 9 marzo. Inizialmente erano previsti per il 7 marzo, ma sono stati posticipati perché la tregua fosse consolidata.

L’unico paese che continua a “dare fastidio” ai russi è la Turchia di Erdogan. Mosca torna a puntare il dito contro Ankara accusandola di continuare a fornire armi ai  jihadisti in Siria. Ankara, invece, è cosciente del pericolo che significa una vittoria schiacciante di Mosca. Cambiano gli equilibri a scapito dei turchi, preoccupati per gli sviluppi della zona curda in Siria

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Aleppo, la nuova Srebrenica

epa05162332 A handout image provided by the Medecins Sans Frontieres (MSF) or Doctors Without Borders organization, showing destruction and rubble at an MSF-supported hospital in Ma'arat Al Numan, Idlib province, northern Syria, largely destroyed in an attack on early 15 February 2016. At least eight staff members are missing after airstrikes at a hospital affiliated with Doctors Without Borders (MSF) in northern Syria, believed to have been carried out by Russian jets. 'We can confirm that the MSF-supported structure in Maaret al-Noumaan in northern Idlib was destroyed this morning in airstrikes,' said Mirella Hodeib, a press offer at MSF in Beirut. MSF said 40,000 people would be cut off from access to medical services as a result of the latest strikes on the hospital in Idlib. Three MSF-supported hospitals were recently damaged in Aleppo. EPA/MSF/HANDOUT BEST QUALITY AVAILABLE. HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES

Sono trascorsi cinque anni da quando è iniziata la guerra civile siriana. È apparso uno spiraglio di luce da quando americani e russi hanno deciso di fermarla. La tregua continua a reggere. Importante la volontà dei grandi in questo conflitto. Il ruolo russo è stato decisivo avvantaggiando il regime di al-Assad. Adesso si può discutere sul futuro del Paese mediorientale e qualcuno afferma che sarà, grazie a Putin, uno stato “federale”, soluzione che può dare spazio a componenti religiosi ed etnici che formano il mosaico siriano.

Intanto, una strage umanitaria alle porte di Aleppo. Nonostante il cessate il fuoco, la città siriana è assediata dalle forze del regime di Damasco. Alcune Ong hanno segnalato da Washington la possibilità che Aleppo diventi la nuova Srebrenica, riferendosi al massacro di oltre 8.000 bosniaci nel luglio 1995 da parte dei serbi.

Da aggiungere alle critiche rivolte da Amnesty International alle forze aeree siriane e russe per il continuo attacco contro ospedali e altre strutture mediche della zona nord della provincia di Aleppo. Amnesty è giunta alla conclusione che si tratta di attacchi deliberati e sistematici per favorire l’avanzata delle truppe di terra

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