La riconquista di Palmira

palmiraMentre l’Occidente piange le vittime di Bruxelles e si interroga sulla defaillance dei servizi segreti e della polizia belga, l’Isis perde terreno in Siria, e la riconquista da parte di Damasco di Palmira, punto più occidentale della Via della Seta, assume un forte valore strategico e simbolico. Una vittoria di Assad e del suo “amico” Putin, che rivendicano così di fronte agli Usa e all’Europa il ruolo di alleati credibili ed efficaci nella lotta all’Isis, rafforzando la loro posizione al tavolo di Ginevra e conquistando un punto strategico nella successiva  battaglia per la liberazione di Raqqa e Deir ez-Zour. Quel che è certo, è che l’antica città nel deserto non sarà più soltanto un sito archeologico d’importanza mondiale in cui si intrecciano contaminazioni culturali assire, bizantine e romane, ma anche un luogo che ricorderà l’offensiva del Terrore contro la memoria storica dell’umanità. Intanto, il Pentagono fa sapere che nelle ultime settimane la coalizione internazionale ha ucciso più di 1000 combattenti tra cui 20 leader, come il numero 2 al-Qaduli, il “ministro delle Finanze” del sedicente Stato islamico, mentre l’Isis ha perso il 40 per cento dei territori controllati in Iraq e in Siria

 

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L’appello a una Siria federale divide il tavolo di Ginevra

UN Special Envoy of the Secretary-General for Syria Staffan de Mistura (L) speaks with former Syrian deputy prime minister Qadri Jamil (R) and Syria's regime-tolerated opposition in Geneva on March 16, 2016 during a new round of negotiations of Syrian peace talks at the UN headquarter. / AFP / AFP AND POOL / PHILIPPE DESMAZES (Photo credit should read PHILIPPE DESMAZES/AFP/Getty Images)

“La Siria è stata una nazione unita per secoli” con queste parole Bashar al Jaafari, rappresentante di Assad al tavolo di Ginevra, ha respinto l’appello lanciato ieri dai Curdi per una Siria Federale, proposta che ha il vantaggio, però, di essere l’unica realistica, a parte una catastrofica spartizione del paese. Le Nazioni unite, consapevoli che nessuna fazione è in grado di vincere la guerra da sola, si affidano alla Russia ed agli Stati uniti perché convincano le parti a mantenere un atteggiamento costruttivo. Il ritiro russo, per come è stato presentato dal Cremlino,  ha rappresentato una doccia fredda soprattutto per Assad oltre ad una apertura di dialogo con il re Saudita. Dall’annuncio di Putin ad oggi gli aerei di Mosca hanno sorvolato le zone di guerra più volte ma non hanno effettuato bombardamenti. Un modo per ricordare agli avversari che possono tornare operativi in qualsiasi momento e a Damasco che senza l’appoggio russo il vecchio regime non è in grado né di vincere né di controllare il territorio. In questo contesto i colloqui di Ginevra riacquistano una funzione. Intanto si muove chi può mettere a segno dei colpi sul terreno. I Curdi hanno già avviato l’iter amministrativo per unificare i cantoni del Rojava, la Siria settentrionale, in una unica giurisdizione. Nel frattempo le forze dell’YPG continuano a scontrarsi con l’Isis ma hanno anche ingaggiato battaglia con una guarnigione pro Assad all’interno del loro territorio. La Turchia osserva con estrema preoccupazione e gioca le sue carte sul terreno della diplomazia cercando di rendersi indispensabile all’Unione europea nella gestione dei profughi. Per gli americani, in ultima analisi, i Curdi rappresentano l’unico esercito in grado di attaccare la roccaforte dell’Isis di Raqqa. Continua a leggere

La lista dell’Isis

IsisIndirizzi, numeri di telefono, legami personali. Più di 22.000 nomi, per il 70 per cento arabi, ma anche americani, francesi, tedeschi e inglesi. Una lista consegnata da un ex membro dello Stato Islamico, che avrebbe abbandonato il gruppo jihadista, all’emittente britannica Sky News. Questionari, 23 domande per i potenziali tagliagole, che comprenderebbero quesiti sul gruppo sanguigno, sul “livello di comprensione della sharia”. Tra queste anche la possibilità di scegliere se si
preferisce essere usati come attentatori suicidi, soldati o in un altro ruolo. Si chiede inoltre di fornire i dettagli di qualsiasi “esperienza jihadista fatta in precedenza”.
A sottrarre i file in una pennetta elettronica al capo della sicurezza interna del Califfato sarebbe stato un “pentito” dell’Isis, un ex miliziano anti Assad. Secondo il “pentito”, il sedicente Stato Islamico avrebbe abbandonato il suo quartier generale a Raqqa e si starebbe spostando verso il deserto. Sul tema dell’emergenza migranti, mentre la Merkel invoca ancora una volta il supporto di Ankara, personaggi politici di area conservatrice, come l’ex presidente Sarkozy e il leader Csu Manfred Weber, criticano la “resa” dell’Ue alla Turchia lunedì scorso a Bruxelles, e puntano il dito in particolare sull’accelerazione dell’abolizione del visto per i turchi che viaggiano nell’area Schengen. Un accordo così ambizioso che in molti ritengono impossibile da attuare

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Crisi dei migranti, a Bruxelles il vertice dell’ultima chance

Greece MigrantsObiettivi più che ambiziosi. Tornare a Schengen e mettere fine alle politiche di lasciapassare dei migranti a ondate applicate finora dai paesi della “rotta dei Balcani occidentali”, rotta di cui oggi dovrebbe essere sancita la chiusura ufficiale. Sono questi i punti messi nero su bianco dal presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, nella lettera di invito ai capi di stato per il vertice straordinario Ue-Turchia in programma oggi a Bruxelles. Incontro che in realtà mira ad assicurarsi una volta per tutte il sostegno di Ankara sul tema dei profughi e a verificare lo stato del piano di azione concordato a novembre scorso, in particolare per quanto riguarda gli accordi di riammissione dei migranti che non hanno diritto alla protezione internazionale e che hanno attraversato le frontiere illegalmente per recarsi in Europa lungo la rotta balcanica. La Turchia dovrebbe accettare anche di riprendere sul suo territorio i migranti salvati e raccolti nel Mar Egeo dalle missioni di Frontex e da quella della Nato. In cambio, oltre ai tre miliardi di euro in aiuti diretti per i 2,8 milioni di rifugiati nei campi profughi in Turchia, l’Ue promette ad Ankara di non richiedere più il visto, a partire dal prossimo novembre, ai cittadini turchi che viaggeranno nei paesi europei. Ma soprattutto Bruxelles vuole allontanare lo spettro di un’Europa in piena disgregazione e lo spettacolo degli ultimi giorni, dei 28 “in ordine sparso” sulla crisi migratoria. Resta da capire che spazio avranno i temi del rispetto delle libertà e dei diritti civili in Turchia, paese candidato ad entrare nell’Ue. 

“Serve un processo credibile di redistribuzione” ha ribadito Tsipras arrivando a Bruxelles. E resta ancora senza soluzione il non facile nodo delle “relocation” (la redistribuzione negli altri paesi membri di 160 mila richiedenti asilo da Italia e Grecia) e il meccanismo volontario dei “resettlement”, i reinsediamenti in alcuni paesi Ue di alcune migliaia di rifugiati prelevati direttamente dai campi profughi nei paesi terzi.

Intanto Human Rights Watch denuncia: “la Turchia non è un Paese sicuro per rifugiati e richiedenti asilo”.  Al confine turco-siriano, sostiene l’organizzazione, ci sono decine di migliaia di persone bloccate che rischiano la vita. E Oxfam Italia: “I leader europei sembrano essersi completamente dimenticati che stiamo parlando di persone e famiglie in fuga da guerre, abusi, fame e povertà: sono loro che dovrebbero essere protetti, non i confini europei”.

E a pochi giorni dalla ripresa dei negoziati per la Siria, il premier Davutoglu potrebbe cogliere l’occasione per ribadire la richiesta di creare una zona cuscinetto nel Paese, sotto protezione internazionale, a ridosso della frontiera turca, in cui far affluire e raccogliere i profughi del conflitto. Erdogan ha cominciato a ventilare persino l’ipotesi di costruire una vera e propria città ex novo, con infrastrutture ben funzionanti, per accogliere i profughi, senza che siano costretti ad attraversare la frontiera e alimentare i flussi verso la Turchia e l’Europa. La questione, almeno ufficialmente, non è mai stata presa davvero sul serio dagli europei (mentre forse comincia a suscitare qualche interesse negli Usa), ma questo vertice è quasi certamente un’occasione che Davutoglu non si lascerà sfuggire.

E se la tregua tiene, dalla roccaforte del sedicente Stato Islamico, Raqqa, sembrano arrivare segni di disgregazione. Sarebbe in corso una rivolta contro il dominio dell’isis, secondo Rt che cita fonti sul territorio e le testate Alalam e Hamrin. Dopo giorni di scontri, che avrebbero provocato decine di morti, circa “200 miliziani dell’isis” avrebbero deciso di “sostenere la popolazione locale” spingendo i terroristi a organizzare dei “posti di blocco all’ingresso della città”. I cittadini di Raqqa avrebbero così conquistato cinque quartieri, e sostituito alla bandiera nera quella siriana.

Putin il garante

Russian President Vladimir Putin chairs a Security Council meeting in the Kremlin in Moscow, Russia, Friday, March 4, 2016. (Alexei Nikolsky/Sputnik, Kremlin Pool Photo via AP)

In Siria la danza la dirige Putin. Quando il presidente russo conferma ai leader di Germania, Francia, Italia e Gran Bretagna che il processo di pace va avanti, allora non ci sono motivi per non crederlo. Ormai tutti s’inchinano alla volontà del Cremlino per risolvere la questione siriana.

Mettendo tutti davanti ai fatti, Putin assicura che la decisione del governo di Damasco di fissare ad aprile le elezioni parlamentari, non ostacola il processo di pace. Sembra che sia la stessa opinione dell’inviato speciale dell’ONU per la Siria. Staffan de Mistura si è detto fiducioso sui colloqui di pace, convocati per il prossimo 9 marzo. Inizialmente erano previsti per il 7 marzo, ma sono stati posticipati perché la tregua fosse consolidata.

L’unico paese che continua a “dare fastidio” ai russi è la Turchia di Erdogan. Mosca torna a puntare il dito contro Ankara accusandola di continuare a fornire armi ai  jihadisti in Siria. Ankara, invece, è cosciente del pericolo che significa una vittoria schiacciante di Mosca. Cambiano gli equilibri a scapito dei turchi, preoccupati per gli sviluppi della zona curda in Siria

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Aleppo, la nuova Srebrenica

epa05162332 A handout image provided by the Medecins Sans Frontieres (MSF) or Doctors Without Borders organization, showing destruction and rubble at an MSF-supported hospital in Ma'arat Al Numan, Idlib province, northern Syria, largely destroyed in an attack on early 15 February 2016. At least eight staff members are missing after airstrikes at a hospital affiliated with Doctors Without Borders (MSF) in northern Syria, believed to have been carried out by Russian jets. 'We can confirm that the MSF-supported structure in Maaret al-Noumaan in northern Idlib was destroyed this morning in airstrikes,' said Mirella Hodeib, a press offer at MSF in Beirut. MSF said 40,000 people would be cut off from access to medical services as a result of the latest strikes on the hospital in Idlib. Three MSF-supported hospitals were recently damaged in Aleppo. EPA/MSF/HANDOUT BEST QUALITY AVAILABLE. HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES

Sono trascorsi cinque anni da quando è iniziata la guerra civile siriana. È apparso uno spiraglio di luce da quando americani e russi hanno deciso di fermarla. La tregua continua a reggere. Importante la volontà dei grandi in questo conflitto. Il ruolo russo è stato decisivo avvantaggiando il regime di al-Assad. Adesso si può discutere sul futuro del Paese mediorientale e qualcuno afferma che sarà, grazie a Putin, uno stato “federale”, soluzione che può dare spazio a componenti religiosi ed etnici che formano il mosaico siriano.

Intanto, una strage umanitaria alle porte di Aleppo. Nonostante il cessate il fuoco, la città siriana è assediata dalle forze del regime di Damasco. Alcune Ong hanno segnalato da Washington la possibilità che Aleppo diventi la nuova Srebrenica, riferendosi al massacro di oltre 8.000 bosniaci nel luglio 1995 da parte dei serbi.

Da aggiungere alle critiche rivolte da Amnesty International alle forze aeree siriane e russe per il continuo attacco contro ospedali e altre strutture mediche della zona nord della provincia di Aleppo. Amnesty è giunta alla conclusione che si tratta di attacchi deliberati e sistematici per favorire l’avanzata delle truppe di terra

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Siria divisa in tre, il piano di Mosca

homs1Una repubblica federale, divisa in tre parti, tra sunniti, curdi e governo siriano di Assad, in base a criteri etnico-religiosi. L’ipotesi di Mosca per la nuova Siria trapela dalle parole del viceministro russo agli Esteri Riabkov. Un piano che includerebbe anche i curdi, che la Russia vuole siano inclusi nei negoziati. Uno scenario che ricorda quello emerso dagli accordi di Dayton  per la ex Jugoslavjia nel 1995. “È come la Polonia del 1939” commenta il leader druso Jumblatt. “Un pezzo a me e uno a te, ma la Siria non esiste più”. Il prossimo round di colloqui slitterà al 9 marzo, avverte l’inviato Onu De Mistura. Intanto Assad attacca Washington: le sanzioni imposte nel 2011 stanno provocando una catastrofe umanitaria

 

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Entrano a Damasco i primi convogli umanitari. Kerry ad Assad: stop a ostruzionismo

SYRIA-CONFLICT-AIDUn segnale di speranza. Questo arriva dal terreno in Siria, dove da sabato è entrata in vigore la tregua. A sottolinearlo sono stati a Washington il segretario di stato americano John Kerry ed il ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier. Kerry ha sottolineato che l’America e la Russia stanno verificando se ci siano effettivamente state violazioni della tregua o se gli obiettivi dei raid siano stati i terroristi dell’Isis e di al-Nusra, esclusi dal cessate il fuoco. Intanto sono arrivati in un sobborgo di Damasco i primi convogli di aiuti delle Nazioni Unite alle città sotto assedio portando viveri e medicine a oltre 100mila persone. “Molti di questi aiuti  – ha detto Kerry – potrebbero arrivare più velocemente”, e ha accusato il presidente siriano Assad di ostruzionismo esortandolo a non impedire la distribuzione dei soccorsi e a mostrare “una certa misura di decenza, se possibile”. E mentre gli Stati Uniti annunciano di voler rafforzare il sostegno militare all’Iraq per la riconquista di Mosul, l’Isis giustizia otto foreign fighters olandesi, colpevoli di diserzione e ammutinamento. Un segnale di crisi all’interno?

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La fragile tregua e il nuovo corso della diplomazia

hamaLe prime 48 ore del cessate il fuoco sono state “incoraggianti” nonostante le violazioni registrate. Così l’inviato delle Nazioni Unite Staffan De Mistura, che sottolinea in un’intervista come la tregua consentirà “all’Onu di accelerare l’azione umanitaria e porterà ad un’atmosfera più serena per i negoziati diplomatici”. L’Onu è infatti pronta a consegnare aiuti a quasi due milioni di persone nelle zone assediate, nel primo trimestre di quest’anno. A gestire le violazioni sono Mosca e Washington, mentre il palazzo di Vetro fornisce supporto logistico: “Nel centro operativo, che comprende anche una piccola stanza separata per i russi, per i problemi linguistici, verificano la portata degli incidenti, studiano i sistemi d`arma usati, e agiscono a livello diplomatico, con i rispettivi alleati, per contenerne le conseguenze”. Le trattative riprenderanno tra una settimana, per “arrivare a una soluzione politica con una nuova governance, una nuova costituzione ed elezioni entro 18 mesi monitorate dall’Onu”. Intanto Lavrov e Kerry, in un colloquio telefonico, confermano l’importanza del coordinamento militare tra i due Paesi per l’attuazione del cessate il fuoco

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Obama. In Siria nessun cessate il fuoco contro l’Isis

La tempesta prima della quiete. I bombardamenti russi, in vista della tregua, invece di diminuire si intensificano. Obama ricorda che, anche dopo il cessate il fuoco di sabato notte, gli attacchi contro l’Isis e contro le formazioni che si ispirano ad Al Quaida continueranno. Lo stesso dichiarano i Russi. Nell’ambiguità delle alleanze tra fazioni ribelli  sunnite e formazioni jihadiste sta la principale incertezza  della fase post tregua. Riusciranno i Russi e gli ameriani, e i loro alleati, a trovare un punto di vista comune per distinguere le une dalle altre?  Continua a leggere